Sono
Marco Gallo, un ragazzo monzese di 17 anni. Ieri, andato in
pellegrinaggio alla beatificazione di Giovanni Paolo II, è come se
fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo. Ho cercato
di capire chi era, e sono rimasto profondamente colpito da queste
sue parole: «Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte
a Cristo, alla sua salvatrice potestà, aprite i confini degli Stati,
i sistemi economici, come quelli politici, i vasti campi di cultura
di civiltà di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro
l’uomo, solo Lui lo sa. Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta
dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore, così spesso è
incerto del senso della sua vita su questa terra; è invaso dal
dubbio, che si tramuta in disperazione. Permettete quindi, vi prego,
vi imploro con umiltà e con fiducia, permettete a Cristo di parlare
all’uomo, solo lui ha parole di vita, sì!, di vita eterna».
È come se, finalmente, qualcuno mi abbia capito. Una comprensione
che va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato.
Come se tutto il segreto della vita fosse racchiuso qui, in queste
parole. Cavolo, sono andato in chiesa, e per la prima volta in
moltissimo tempo ho pregato intensamente, affinché queste parole
rimanessero bene incise dentro di me, affinché realmente Cristo,
ora, di fronte alla mia situazione che realmente è di dubbio e di
disperazione, mi abbracci, ora.
Non appena mi alzo, colgo uno sguardo, di una vecchia signora. Lo
colgo di sfuggita, come quando dai un’occhiata al tramonto dal
finestrino, senza attenzione. Mi accorgo che si alza e mi osserva,
sembra che venga verso di me, ma non ne son certo. Io stavo uscendo,
senza accorgermi di quello che stava accadendo, dell’intensità di
quello sguardo. E mentre, aprendo la porta per uscire dalla chiesa,
mi volgo per un’ultima volta, mi accorgo che, ferma, è ancora lì
(però ferma, quasi intimorita dalla mia “fuga”). Intuisco, uscendo,
che la sua intenzione era quella di un abbraccio d’amore e di
speranza, nel vedere un giovane inginocchiato in chiesa; ma come!
Uno come me! Come me! Che speranza, che gratitudine mi merito?
Quella donna aveva negli occhi dell’amore per me! Eppure lei era lì.
Era lì ad aspettarmi. E così, uscendo, nasce in me una
contraddizione, tra il banale timore di andare da una sconosciuta a
dire: “Mi voleva dire qualcosa?” e il tornare indietro per
accorgersi che lì c’era proprio colui che avevo appena invocato. Lì
c’era Gesù. Ma, prima che ciò potesse diventare certezza, quando
ancora la sua presenza era una fragile intuizione, non l’ho voluta.
Il punto del mio discorso è questo: se Cristo realmente non fosse
qualcuno che accade nel presente della nostra vita, se Cristo
realmente non mi salva, non ti salva, ora, ma soprattutto, se noi
non siamo disposti ad aspettarcelo e ad accettarlo ora, per quale
motivo possiamo definirci cristiani? Se non abbiamo intenzione di
cambiare i nostri modi di fare, se non siamo disposti ad abbandonare
le nostre fragili certezze, i nostri patetici timori (che può essere
addirittura quello parlare a uno sconosciuto), il modo in cui
spendiamo il tempo e con cui ci rapportiamo con la realtà e con le
persone, in che cosa speriamo?
Marco Gallo (Monza)
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