| (omissis) Un detto africano dice che le parole sono come
l’acqua: una volta versate non le puoi più raccogliere.
Ma le parole hanno anche un “peso”, e spesso abusiamo di esse,
non considerando che possono fare male, e per male non intendo solo
“male al cuore”.
Davvero le parole possono creare, diventare concrete,
realizzarsi: così come la preghiera può innalzare ognuno di noi e
invocare lo Spirito Santo, altrettanto pronunciare parole come:
“giovani travolti dalla droga, dall'alcool, dalla sesso dipendenza,
da vizi e falsi ideali” facendone preghiera, cioè non in una
conversazione ma come intenzione ripetitiva, può non portare al
risultato da noi voluto.
Esiste una scienza che studia le proprietà del cervello, cui si
riferisce anche la psico-cibernetica, che sembra abbia dimostrato
che la nostra parte inconscia registra le informazioni senza
discernere tra positivo e negativo.
Cerco di spiegarmi: se dico “non voglio ammalarmi”, il cervello
non riconosce la negazione, ma l’informazione che registra è
attinente alla “malattia”, quindi è davvero molto diverso dire
“voglio stare bene”.
Sappiamo tutti quanta parte della nostra vita è condizionata da
pensieri inconsci e “il pensiero crea” e può creare situazioni buone
o cattive. Nel momento stesso in cui pronunciamo una parola questa
viene registrata, nel conscio e nel subconscio, acquistando valenza,
per chi la dice e per chi l’ascolta.
Questo è uno dei motivi per cui non bisognerebbe MAI parlare in
termini negativi di nessuno: le nostre parole etichettano,
rafforzano la carica negativa della persona a cui ci riferiamo e non
facciamo altro che aggiungere un pezzettino in più al suo
“problema”.
Perché anche pregando non potremmo formulare solo “parole buone”?
Quando preghiamo, mandiamo solo il nostro amore, facciamo sì che i
nostri giovani si sentano “amati” e affidiamoli allo Spirito Santo.
Lui solo sa cosa è giusto.
(omissis)
Lettera firmata
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