| Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato. il vangelo di
oggi è la storia della chiamata di Matteo (Matteo che si dice anche
Levi, Alfeo). Tutti i sinottici raccontano questo fatto, ma è bello
andarlo a rileggere nel vangelo di Matteo perché allora non è
soltanto una narrazione storica, è una narrazione autobiografica:
cioè il vangelo di oggi non narra ciò che Gesù disse o fece un
giorno a qualcuno, ma quello che disse e fece personalmente per lui,
Matteo. E’ un pagina autobiografica: la storia dell’incontro con
Cristo che cambia la sua vita. Andando via di là, Gesù vide un uomo,
chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse “Seguimi”;
ed egli si alzò e lo seguì.
Sono certo che tutti voi avete presente quel magnifico dipinto di
Caravaggio (anche gli artisti ci aiutano a capire qualcosa del
vangelo e della fede, eccome): il futuro apostolo è seduto a un
tavolo; sopra di esso, oltre le monete, ci sono penna e calamaio,
gli serviranno un giorno per un altro scopo (magari per scrivere il
vangelo); una luce parte dal volto di Cristo, segue il movimento
della sua mano e cade, illuminandoli, il volto di Matteo e degli
altri, che sono seduti con lui al banco delle imposte; un modo
suggestivo per dire che la chiamata esteriore è accompagnata da una
luce interiore, senza questa del resto non si spiegherebbe la
prontezza con cui Matteo si alza, lascia tutto e segue Cristo, senza
bisogno di spiegazione alcuna. Il dialogo, quindi, invisibile tra
Cristo e il futuro apostolo, è tutto affidato al gesto delle
rispettive mani: quella di Cristo in piedi che si protende in
direzione di Matteo, in segno però di elezione più che di comando,
perché nessun indice è puntato su Matteo, ma solo la mano tesa. A
questo gesto corrisponde la mano di Matteo che si porta la mano al
petto come di chi si stupisce della scelta e dice “Ma io? Sei
proprio sicuro che vuoi proprio me?” L’episodio, che viene ricordato
in tutti i vangeli sinottici, ci porta ad un interesse particolare
che è dovuto a quel che segue al movimento della chiamata: Matteo
volle offrire un grande banchetto nella sua casa per congedarsi dai
suoi ex colleghi di lavoro, pubblicani e peccatori. Immancabile la
reazione dei farisei e la risposta di Gesù che dice “Non sono i sani
che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate
che cosa significhi: Misericordia Io voglio e non sacrificio.
Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Carissimi fratelli e sorelle, il comportamento e la predicazione
di Gesù sono, spesso, intenzionalmente provocatori nei confronti del
perbenismo ufficiale del tempo, incarnato nella classe dirigente
ebraica del suo tempo, composta di osservanti esigenti (i farisei),
di intellettuali arroganti (gli scribi), del clero politicante (i
sacerdoti) e di politici e magistrati corrotti (cioè gli anziani).
Il suo uditorio è una collezione di casi considerati irrecuperabili
dalla morale corrente del tempo: vediamo le prostitute, i peccatori,
gli emarginati, i malati (gente che non conosce la gente) e i
profeti che sprezzantemente vengono catalogati dai farisei.
Da questa cattiva compagnia, che Gesù senza citazione predilige e
cura con amore, emerge la figura del pubblicano Matteo, odiatissimo
rappresentante di una classe perennemente detestata perché gli
esattori delle imposte erano infatti detestati così, un odio
rafforzato in Israele a causa del significato che la tassazione
rivestiva per un ebreo: essa era il segno visibile della oppressione
imperialistica di Roma e della umiliazione politico-religiosa a cui
era ridotta la nazione ebraica.
Gesù sceglie proprio questo personaggio dalla non limpida
professione, lo sceglie per la sua comunità di discepoli. All’ovvia
obiezione farisaica, Egli replica con un elementare proverbio
popolare “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”
e con una motivazione profonda, teologica, desunta dalla stessa
Bibbia: si tratta infatti di un testo classico del profetismo. Se
leggiamo i profeti, troviamo molto sovente questa attestazione,
questa affermazione, anzi si può parlare di una tesi specifica
nonostante dell’intera riflessione profetica. Ecco allora la
formulazione preparata da Osea (Osea, quel profeta dell’ottavo
secolo, noto per la sua drammatica esistenza familiare - un testo da
leggere - che fa veramente venire i brividi), e del suo volumetto di
oracoli, è estremamente lineare, perché il Signore vuole l’amore e
non il sacrificio, la conoscenza di Dio più dell’offerta. Un altro
profeta, Samuele, aveva già ricordato Saul “Il Signore gradisce
forse gli olocausti e i sacrifici come obbedisce alla voce del
Signore? Ecco obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più
del grasso degli arieti”. Amos, altro profeta contemporaneo di Osea,
malediceva con ironia, quasi blasfema, quel culto ipocrita dei
grandi santuari di Betel e di Galgala. Isaia aggiungeva “Montoni,
giovenchi, tori, vitelli, capri, incenso, sabati, feste, mani tese
verso il cielo, sono la misera farsa (dice il grande Isaia) quando
queste mani grondano sangue e dietro si sentiva la voce degli
oppressi e degli orfani, delle vedove e dei poveri”. Parole di
Isaia. E la lista dei testi polemici contro un culto che non è
collegato alla vita e alla giustizia, potrebbe continuare in tanti
altri profeti.
Certo, negare il culto non è una negazione assoluta, così da
cancellare ogni forma di liturgia: è solo una negazione relativa,
nel senso che si sforza di restituire al culto la sua funzione di
nervatura dell’intera esistenza. Gesù stesso aveva detto del resto
“Guai a voi, guai a voi farisei che pagate la decima della menta,
della ruta e di ogni erbaccia, e poi trasgredite la giustizia e
l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le
altre”. L’esigenza fondamentale quindi è posta da Gesù e dal
profetismo, in questo raccordo inscindibile tra la fede e
l’esistenza, tra il culto e la storia, per cui si impedisce alla
religione di essere come un’isola sacrale, domenicale o, peggio, una
sbiadita e alienante sopravvivenza magica. Paolo ai Romani scriveva
così “Offrite i vostri corpi (i vostri corpi!) come sacrifico
vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto
spirituale”.
E allora ecco l’insegnamento semplice, ma profondo, che ci arriva
nel cuore da questa pagina evangelica. Non è esatto quindi
verificare la propria coscienza soltanto sulla base di abbondanti
pratiche religiose, né misurare la propria religiosità e altrui
soltanto sull’osservanza dei precetti del culto o anche sulla
distribuzione dei sacramenti. La liturgia sarà centro coordinatore e
fecondatore della ferialità quotidiana e settimanale però soltanto
se ad essa sarà legata un rapporto di coerenza e di continuità;
altrimenti, carissimi fratelli e sorelle, come dice Matteo nel suo
vangelo, “Se tu stai presentando la tua offerta all’altare e lì ti
ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua
offerta là davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti col tuo
fratello, poi torna e presenta la tua offerta col capo pentito per
il peccato tuo contro l’amore”.
E così sia.
|