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Ma lui credeva nelle ferite e si sfiorava, si toccava nel cuore con la mano nervosa, guardando le nuvole correre via impazienti da lì, da quel tetto sospeso sugli uomini.


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Parola di Dio

12 dic 2010

 

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V DOMENICA D’AVVENTO - (anno A)
nell'annuale celebrazione natalizia dell'Unitalsi

12 dicembre 2010
(Concorezzo - santa messa ore 10.30)

(Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato)

Carissimi fratelli e sorelle, in questa domenica di avvento celebriamo una domenica particolare per i nostri ammalati. Questo pensiero è per voi ammalati presenti in chiesa e per quelli che ci seguono via radio, sono qui solo con il desiderio; e un pensiero anche per le persone anziane, esse pure ammalate perché senecuts ipsa morbus (La vecchiaia per il solo fatto di essere vecchiaia è una malattia, una malattia inguaribile da cui non c’è ritorno). Questo pensiero è anche per noi, perché infallibilmente un giorno saremo chiamati alla vocazione della sofferenza e queste parole potranno essere di grande aiuto.

Ecco il pensiero. Oggi il mondo corre sui binari dell’efficienza: produrre, produrre, produrre. Scivola sulle strade a scorrimento veloce del produttivismo; per cui se non produci, se non fai niente, se non riesci a costruire nulla nella società, a che servi? Di fronte a questo meccanismo della efficienza che stritola i più deboli, che cosa stiamo a fare noi ammalati e anziani? Che senso ha il nostro continuare a vivere? Costretti su lettini di dolore, handicappati, gente lacerata da mille sofferenze fisiche, prodotte da un rumore selvaggio dentro il nostro corpo; “il drago che ti rode dentro” diceva Padre Maria Turoldo quando parlava del suo cancro che lo divorava; gente stritolata da un male congenito che affonda le radici proprio alle origini dell’esistenza; sordomuti, ciechi nati, poveri, handicappati; gente schiacciata dalle conseguenze nefaste di un incidente stradale oppure mutilata sul lavoro, che ha stroncato i progetti nei quali si erano riposti mille speranze e tante attese così puntigliosamente disegnate a tavolino.

Che ci stiamo a fare ancora al mondo? C’è pure per noi un ruolo da giocare? Che cosa siamo noi, mendicanti in cerca di pietà, poveri in cerca di surrogati di speranza? Eh no, assolutamente no; non è così! Vedete, vi dico una cosa: se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non dico sconfitti), il mondo si scompenserebbe, come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo, nella stessa misura in cui la passione di Gesù Cristo sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno.

In questo Gesù è il nostro capo: Lui confitto su un versante della croce, noi confitti sull’altro versante. E’ Lui che ci sta seduto accanto quando gridiamo a causa del dolore oppure ci muoviamo sotto la flebo oppure non riusciamo a stare fermi: da una parte c’è Lui, ma dall’altra c’è anche Lei, Maria, la nostra dolcissima Madre, la Regina degli infermi, la salus infirmorum, Colei che viene incontro e mette la mano sulla fronte dei suoi figli febbricitanti e percepisce subito la temperatura senza aver bisogno del termometro.

Perché ora il nostro lamento si trasformi in danza, vorrei dirvi ancora: non dobbiamo assolutamente vergognarci della nostra malattia; è quella parte della nostra carta di identità che ci fa rassomigliare di più a Gesù Cristo. Come facciamo a tenerla nascosta? E’ una tessera di riconoscimento, incredibile, straordinaria. E dobbiamo lottare però contro la malattia, dobbiamo lottare senza mai rassegnarci; mai rassegnarci come mai si è rassegnato Gesù.

A voi tutti io dico “Coraggio, il Signore è con noi”; tanti amici sono con noi, ci vogliono bene. Non dobbiamo aver paura della solitudine perché nel mondo ancora non si è disseccata la buona radice delle anime generose.

E poi per vivere con fede la nostra dolorosa vicenda, ricordiamoci che la malattia non è il frutto dei nostri peccati personali. Qualcuno potrebbe pensare questo: “Signore che cosa ho fatto io per meritare tutto questo?”. No, la malattia non è frutto dei nostri peccati personali. Tutto ciò che riguarda la sofferenza è un mistero che trascende e che va oltre ciascuno di noi.

E poi con la malattia dobbiamo fare l’esperienza dell’umiltà e dell’abbandono. Chi è abituato ad una certa fierezza, ha pudore a lasciarsi servire dagli altri; teme di dare fastidio ai parenti e agli amici; chi è abituato a una certa fierezza, soffre quando vede che gli altri si trovano a disagio per lui; non sperimenta quell’abbandono disteso nelle braccia dell’amico, cioè di chi ci vuol bene; nelle braccia del Signore forse sì, ma nelle braccia dell’amico no. E allora cerchiamo di fare l’esperienza dell’abbandono, segno e forse anche strumento dell’abbandono totale nelle braccia di Dio.

Tanti auguri allora, carissimi fratelli e sorelle che vivete la sofferenza in modo particolare; il Signore vi benedica insieme a tutti coloro che stanno a voi vicino e che vi danno una mano; perché la vostra salute rifiorisca, se Dio vorrà; e così noi lo speriamo.

Così sia.

 

 

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